Archivio

Il Circolo culturale e ricreativo I. Bonomi, con sede in Gonzaga, ha acquisito da alcuni anni l’archivio storico della Federazione provinciale di Mantova del Partito socialista italiano. Il fondo, la cui estensione cronologica va dal 1945 al 1992, consta attualmente di 520 buste, 40 registri, 29 audiovisivi e 19 audiocassette. I materiali del fondo sono in buono stato di conservazione, dato che esso è sempre stato collocato, sin dagli inizi della sua formazione, in ambienti idonei. Piuttosto ricco è anche il materiale iconografico (manifesti, depliants e fotografie) inerente soprattutto le elezioni politiche e amministrative, feste dell’ Avanti!, congressi provinciali, convegni tematici organizzati dal Partito. Come è stato già sottolineato, l’archivio, durante il forzato trasloco nel 1998 dalla sede di Corso Garibaldi, è stato smembrato e solo l’interessamento del Circolo Bonomi ha permesso di recuperare da più parti i materiali che erano confluiti in abitazioni di ex funzionari di partito. Questa operazione non si è ancora conclusa, ma si conta di recuperare gli ultimi documenti dispersi a breve termine. Al loro interno, le buste appaiono già sufficientemente ordinate e rispettose della struttura e organizzazione interna del Partito, che era articolato, giova ricordarlo, sulla tradizione base territoriale, con al vertice il Direttivo nazionale e le sue varie commissioni, il comitato regionale, le federazioni provinciali e alla base le sezioni. Tutte la rete di relazioni tra i diversi organismi, compresi i loro rappresentanti, che, a vario titolo, operavano all’interno del Partito, è ampiamente documentata, e costituisce una preziosa documentazione per la storia politica della provincia mantovana della seconda metà del Novecento.

Il riordino dell’archivio è stato curato dalla società cooperatica CHARTA di Mantova (scarica nota archivistica PSI)


ARCHIVIO FEDERAZIONE DEL PARTITO SOCIALISTA DI MANTOVA
MEZZO SECOLO DI SOCIALISMO MANTOVANO
1945-1994
I risultati delle elezioni svoltesi nel Mantovano, a poco più di un anno dalla Liberazione (2 giugno 1946), per la nomina dell’Assemblea costituente, assegnarono al Partito socialista italiano di unità proletaria (nel 1947 riprese la denominazione di Partito socialista italiano) il 32,30 per cento dei voti, al Partito comunista italiano il 31,09 per cento e alla Democrazia cristiana il 25,60 per cento; mentre le altre liste si spartirono il restante 11,01 per cento dei voti validi. Insieme Psiup e Pci, conseguirono il 63,39 per cento, pari al 5 per cento in meno dei voti ottenuti dai socialisti nelle elezioni del 1919 (68,30 per cento), le ultime svoltesi senza il condizionamento del movimento fascista. Solo la provincia di Ferrara aveva superato quella di Mantova con il 70 per cento di voti socialisti. Deputato alla Costituente nella lista del Psiup fu eletto Eugenio Dugoni (1907-1960), laureato in Giurisprudenza e in Economia e commercio, poi dirigente d’industria a Torino, che si distinse nel dibattito sulla Costituzione per i contributi sui temi finanziari e delle regioni. Fra l’altro egli era già noto in ambito internazionale per essere stato insignito del titolo di Ufficiale della Legion d’Onore per aver condotto, su incarico del Comando generale del Corpo volontari della libertà (CVL), le trattative coi francesi sulla sorte, a guerra finita, della Valle d’Aosta.
Il confronto fra i risultati delle due tornate elettorali, svoltesi a 27 anni di distanza, testimonia anzitutto che il Mantovano non aveva smarrito il carattere di “provincia rossa” e conservava quello di “macchia rossa” della Lombardia. Il “ventennio fascista” si rivelava, pertanto, sul versante politico-eletttorale, una sorta di dolorosa ferita, prontamente rimarginata dopo la fine del conflitto mondiale. Considerando in modo separato i voti del Psiup e del Pci, cioè dei partiti che uscivano dal ceppo socialista, emerge che i socialisti avevano superato i comunisti; lo scarto di voti era modesto, ma non si trattò di un fenomeno occasionale perché l’“egemonia socialista” durò almeno un quindicennio.
Nello stesso periodo e per un decennio a partire dal 1946, fu in vigore il “Patto di unità d’azione fra socialisti e comunisti”, preannunciato nell’estate dello stesso anno e firmato a Roma il successivo 26 ottobre da Nenni, Togliatti, Pertini, Saragat. D’altra parte i due partiti erano usciti dalla guerra già legati da un “patto” analogo, sottoscritto nel 1934 e più volte rinnovato. Nella stesura del 1943 si prevedeva una concreta forma organizzativa dell’“unità d’azione” e si concordava di creare una piattaforma comune di lotta dei socialisti e dei comunisti; in quella del 1946 il testo era più ampio e articolato dei precedenti e, fra l’altro, prevedeva all’art. 6 la possibilità per i due partiti di presentare liste separate, purché alla lotta elettorale fosse mantenuto un carattere di «emulazione e di solidarietà contro tutti i partiti concorrenti».
Il richiamo a tale passaggio del “patto” si giustifica con la constatazione che in occasione del congresso provinciale socialista, che si tenne a Mantova il 5 e 6 gennaio 1948, il dibattito si concentrò pressoché esclusivamente proprio sull’alternativa fra la presentazione di liste unitarie del “fronte” e quella di liste separate socialiste nelle ormai imminenti elezioni per il primo Parlamento repubblicano. In proposito i socialisti virgiliani ritenevano che, «avuto riguardo alla situazione locale», fosse interesse dell’«intera classe lavoratrice» che il Psi si presentasse con una propria lista alla consultazione del corpo elettorale dell’ormai prossimo 18 aprile. Intervenendo al congresso nazionale di Roma del 19-22 gennaio, Eugenio Dugoni manifestò la preoccupazione dei socialisti mantovani che liste unitarie finissero per «chiudere la classe lavoratrice in una fortezza», che ne avrebbe indubbiamente accresciuta la solidità ma, con ogni probabilità, tale chiusura le avrebbe pregiudicato la possibilità di raccogliere i voti necessari per ottenere la maggioranza in Parlamento. A sostegno della sua tesi ricordava che il successo riportato nelle elezioni del 2 giugno1946, percentualmente pressoché identico, come all’inizio ricordato, a quello conseguito nel 1919, si caratterizzava rispetto a quest’ultimo con l’avere confermato il consenso nei quartieri operai, mentre in quelli abitati dagli impiegati, dai piccoli borghesi e commercianti si era raddoppiato e, in certi casi, addirittura triplicato. La lista socialista, separata da quella comunista, aveva favorito la confluenza su di sé del “ceto medio” e Dugoni paventava, con felice intuito, che un tale afflusso sarebbe stato mortificato da un’unica lista socialcomunista. .
Pur con la necessaria “diplomazia” che il clima politico del tempo imponeva, l’esponente di spicco del socialismo locale, figlio di Enrico Dugoni, a suo volta leader del socialismo riformista e del movimento cooperativo prefascista, esprimeva la posizione della maggioranza degli iscritti al partito, contraria alla perdita di autonomia delle liste socialiste. Nel congresso nazionale, infatti, i delegati mantovani fecero convergere compatti i loro voti alla “lista separata di partito”, che ottenne il 33 per cento, mentre la “lista di Fronte” riportò il 67 per cento dei consensi da parte dei delegati. Questa adesione al “fronte”, che potremmo definire con “riserva”, non fu estranea alla sostanziale tenuta in fase elettorale: i candidati socialisti mantovani (Piero Torelli al Senato per il collegio di Mantova, Eugenio Dugoni e Alceo Negri alla Camera dei deputati per la circoscrizione di Mantova-Cremona) furono tutti eletti. In ambito nazionale, invece, i deputati socialisti passarono da 114 (elezioni del 2 giugno 1946) a 46; un crollo certamente non imputabile alla sola nascita del Partito socialdemocratico. In un comunicato dell’11 agosto i rappresentanti del Psi e del Pci dichiararono che il Fronte democratico popolare non poteva, nella situazione verificatasi dopo la sconfitta elettorale del 18 aprile e l’attentato a Palmiro Togliatti del 14 luglio, «realizzare il suo programma, né trovare le condizioni obiettive per una apertura democratica più vasta».
Dopo l’insurrezione ungherese del 1956, soffocata nel sangue con l’intervento dell’esercito sovietico, il “patto d’unità d’intesa” si ridusse a un semplice accordo di “consultazione”. Nel congresso socialista di Venezia (febbraio 1957) il partito si considerò fuori anche da quest’ultimo e affermò la sua completa autonomia, pur conservando la disponibilità all’unione nei sindacati, nelle cooperative e nella gestione degli enti locali. L’“egemonia” socialista sulla sinistra mantovana si mantenne sino alla fine degli anni sessanta: i socialisti superavano in voti i comunisti non solo, come in precedenza ricordato, nel 1946, ma pure nel 1953 e nel 1958; nel 1963 disponevano di una forza minore, ma paragonabile a quella comunista. Con gli anni settanta i socialisti si ridussero al 14 per cento che, con lievi scarti (il 16 per cento nel 1987), conservarono sino al 1992; cosicché il Partito socialista mantovano si omologava all’andamento nazionale e non costituiva più una cospicua riserva di voti nonostante inviasse alla Camera dei deputati, nelle tornate elettorali del 1979, 1983, 1987 e 1992, Claudio Martelli, vice segretario nazionale nel 1881 e nel 1883, vice presidente del Consiglio dei ministri nei governi Andreotti (1989 e 1991) e, negli stessi governi, ministro di Grazia e Giustizia (nel primo a partire dal 2 febbraio 1991 in sostituzione di Giuliano Vassali, nominato giudice costituzionale).
Il 1956 va pure menzionato perché le elezioni amministrative, influenzate dalla diffusione del “rapporto Krusciov” e dalla repressione sovietica in Ungheria, assegnarono al Psi-Pci 20 seggi, rispettivamente 11 e 9, su 40 nel consiglio comunale di Mantova; la situazione di paralisi venne superata con un monocolore socialista appoggiato all’esterno dai comunisti e dai socialdemocratici (3). Si trattava di una soluzione certamente originale e innovativa soprattutto per l’adesione del Psdi, che era sorto in funzione anticomunista e mediante una scissione dal Psi. L’operazione non sarebbe stata politicamente possibile – ha commentato Rinaldo Salvadori – senza la profonda modifica in corso del quadro politico nazionale, avviata a seguito dell’esito delle elezioni del 1953. In effetti il Psi iniziava proprio allora la lunga marcia verso il centro sinistra e l’area governativa, mentre nel contempo i socialdemocratici e i repubblicani operavano per favorire l’incontro fra socialisti e democristiani. Il Pci usciva sconfitto dalla prova elettorale, con sei consiglieri in meno rispetto al decennio precedente in cui aveva espresso il sindaco; mentre il Psi, disponendo fra i due del gruppo consiliare maggiore acquisiva il diritto di designare il primo cittadino. Non appoggiare la “Giunta Dugoni” significava, inoltre, assumersi la responsabilità della nomina di un commissario prefettizio.
A superare ogni remora fu comunque la “qualità” della candidatura che il Psi seppe esprimere, consistente in esperienze politica ed economica notevoli; infatti, oltre che parlamentare eletto nel 1948 e nel 1953, conosceva bene il mondo dell’economia e delle imprese. Diremmo oggi che Dugoni si presentava con le caratteristiche del manager in politica ed economia, che nella sua azione di sindaco seppe tradurre in atti concreti usando coraggio, fantasia e spregiudicata volontà di realizzazione. Gianni Usvardi, sindaco di Mantova nell’ultimo anno del VI mandato (1970-1975) e nei due successivi, fece delle rapide annotazioni sull’attività di Dugoni. Questi, nei quattro anni di sindaco (il 24 agosto 1960 moriva in seguito a un incidente automobilistico), attuò cospicue iniziative industriali, contribuì alla realizzazione dell’autostrada del Brennero, dotò Mantova di un piano regolatore, che il capoluogo virgiliano non aveva mai avuto operante, in cui era compresa una cospicua dotazione di aree da destinare a nuove industrie, agli edifici scolastici, all’edilizia popolare, alle attrezzature sportive e al verde pubblico.
Insomma, la Mantova della “Giunta Dugoni”, per dirla con le parole di Salvadori, «prometteva per il futuro molto di più di quanto si sia verificato. La città ha vissuto allora anni di autentico slancio vitale; furono anni irripetibili come lo furono quelli del “miracolo economico”». Nel 1960 i risultati elettorali consentirono la formazione di una giunta Psi-Pci con sindaco socialista Luigi Grigato; la maggioranza era di 21 consiglieri su 40 (11 Psi e 10 Pci) e a metà mandato (1962) il consigliere radicale Guido La Rocca, eletto nella lista socialista, ritirò il proprio voto per consentire la formazione anche a Mantova di una maggioranza di centro sinistra, dopo la prima realizzata a Milano nel 1961.
La nuova giunta a tre (Psi-Psdi-Dc) poteva contare sul sostegno di 26 consiglieri e sindaco venne confermato Grigato; tra i suoi componenti figuravano i socialisti Renato Colombo, deputato dal 1958 al 1968, senatore dal 1972 al 1979, sottosegretario al Tesoro nel IV e V governo Mariano Rumor (1973-1974), e Gianni Usvardi, deputato dal 1963 al 1972, sottosegretario alla Sanità nel I governo Rumor (1968-1969) e al Turismo e Spettacolo nel governo Emilio Colombo (1970-1972). Fra i senatori va pure menzionato Gino Scevarolli (1979-1994) che ricoperse il prestigioso incarico di vice presidente vicario dal 1992 al 1994.. Impegnando nella gestione del Comune capoluogo i suoi uomini migliori il Psi rendeva esplicita quanta importanza attribuisse al nuovo corso politico-amministrativo, che trovò applicazione nella maggior parte degli altri enti locali, soprattutto dopo le elezioni comunali e provinciali del 1964. A Mantova il centro sinistra ha cessato di amministrare nel 1974, un anno prima della naturale scadenza del mandato, e venne sostituito con una giunta di sinistra; in ogni caso dopo le elezioni del 1975 il Psi, la Dc e il Psdi disponevano insieme di 19 consiglieri, insufficienti per formare una maggioranza.
L’esperienza era comunque durata dodici anni, sostenuta dall’andamento costruttivo e riformatore della politica nazionale, nella quale il rapporto fra socialisti e democristiani resse sino alla fine del sistema dei partiti che era riemerso dopo la caduta del fascismo. All’iniziale diffidenza e difficoltà di comprensione era subentrata una fattiva collaborazione frutto del lavoro comune svolto in prevalenza a favore dei ceti meno abbienti e di quelli medi. Crebbero, infatti, gli interventi di spesa a favore dell’assistenza sociale, della sanità e della pubblica istruzione. Il metodo della programmazione economica, introdotto dal governo di centro sinistra, fu adottato prima dalle Province e dai Comuni e subito dopo dalle Regioni; esso produsse più studi che opere, ma ebbe tra i suoi meriti l’introduzione dei bilanci pluriennali, lo studio dei problemi e la loro soluzione in collegamento tra gli enti locali interessati e la Regione, il formarsi di una propensione nei tecnici e negli amministratori di incontrarsi per socializzare le personali conoscenze necessarie e sufficienti a una visione delle questioni non limitata al territorio di appartenenza di ciascuno di essi.
Dalla scelta del sindaco di Mantova derivava generalmente quella parallela e complementare del presidente dell’Amministrazione provinciale; sicché nei periodi delle maggioranze di sinistra a un sindaco socialista corrispondeva un presidente comunista o viceversa, mentre durante il centro sinistra il sindaco fu sempre socialista e il presidente democristiano. Quanto sinora prospettato costituisce solamente uno “spaccato” perlopiù parziale della società politica mantovana; e non poteva risultare diversamente sia per lo spazio limitato a disposizione, che per il contenuto della catalogazione, di seguito riportata, dell’Archivio della Federazione Psi dal 1945 al 1994, in grado di dar conto del valore della documentazione nello stesso conservata, d’ora in poi a disposizione degli studiosi. Uno “spaccato” che comunque si collocava in un contesto che registrava, ancora agli inizi degli anni cinquanta, una diffusa convinzione nella classe dirigente mantovana, che le possibilità di sviluppo economico della Provincia fossero maggiormente legate all’agricoltura, piuttosto che all’industria. D’altra parte i calcoli sul reddito prodotto nelle province italiane, avevano assegnato uno dei primi posti alla provincia di Mantova, in una graduatoria nazionale fondata sull’ordine di priorità della situazione economica.
Tuttavia la scelta, per così dire, “agraria” di sviluppo economico aveva prodotto già nella prima metà degli anni cinquanta un esodo di oltre 20 mila lavoratori dei campi verso le zone del cosiddetto “triangolo industriale”. Questo fenomeno, producendo un notevole allentamento della pressione bracciantile sulle campagne del mantovano, si rivelerà un fattore decisivo per un inserimento, rapido e a pieno titolo, del settore primario virgiliano fra le agricolture più avanzate d’Europa. Alla fine degli anni in questione prese pure avvio un imponente processo evolutivo teso a trasformare in una struttura produttiva mista un apparato economico tradizionalmente ed esclusivamente legato al mondo contadino e rurale. Sulla base delle statistiche elaborate in materia di reddito prodotto nelle province italiane, ad ogni mantovano fu attribuito nel 1979 un reddito di circa 6 milioni; ciò li collocava al secondo posto nella graduatoria regionale, dopo Milano, e al quarto posto in quella nazionale. Pur trattandosi di dati che per il modo stesso in cui venivano elaborati, assumevano un carattere puramente indicativo dell’evoluzione del benessere, è indubbio che Mantova confermava il connotato di provincia “ricca” nel contesto della realtà socioeconomica italiana. I sistemi di piccole imprese, caratterizzati da specializzazione produttiva, razionalizzazione del lavoro e valorizzazione delle abilità dei lavoratori, che si sono attuati nella nostra Provincia nel secondo dopoguerra, hanno rivelato vitalità e competitività all’interno della struttura economica italiana, con buona pace di coloro che invece li interpretavano alla stregua di un sistema produttivo condannato alla sconfitta dall’affermarsi della grande azienda. Inoltre, la recente definizione dei distretti industriali della Lombardia ha formalizzato che nessun’altra provincia della regione ne ha cinque come quella di Mantova, ai quali andrebbe aggiunto per correttezza un sesto, quello alimentare. Questa diversificazione del reddito si è rivelata in grado di immunizzare il Mantovano nei confronti delle crisi devastanti che invece ciclicamente colpiscono le zone caratterizzate da monoeconomie.
La ricchezza del fondo archivistico catalogato consente di ricomporre la struttura organizzativa, l’attività dalla stessa svolta, il dibattito interno e l’azione promozionale verso l’esterno, la molteplicità degli attori e delle associazioni di varia natura di volta in volta create nei vari campi dello sport, della cultura e della politica, l’attività sindacale, la gestione delle aziende cooperative e delle corrispondenti associazioni di settore, l’agricoltura, l’artigianato, l’industria, i servizi specie quelli pubblici, lo sviluppo economico e la crescita sociale, le riforme progettate e quelle attuate, i profondi mutamenti culturali intervenuti. Sono cinquant’anni di vita economica, politica e sociale del Mantovano alla cui ricostruzione storica oggi è disponibile l’archivio di un partito come quello socialista che nello stesso periodo svolse un ruolo di protagonista.


L’archivio può essere consultato mediante prenotazione con e-mail indirizzata al Circolo e nel rispetto delle norme dell’Archivio Centrale dello Stato.