segni/particolari #9

DINO VILLANI
diario intimo di una raccolta di poetici disegni

Ex Convento di S. Maria in Gonzaga
11 agosto — 9 settembre 2018
Inaugurazione 11 agosto ore 17.30

Padiglione 4 della Fiera Millenaria
1 — 9 settembre 2018

A cura di
Domenico Pirondini
Fabio Cavazzoli
Ferdinando Capisani

Visitabile il venerdì sera dalle 21.00 alle 23.00,
nei giorni di sabato e domenica, dalle 15.00 alle 18.00,
e nei giorni di apertura della biblioteca.
Dall’1 al 9 settembre la mostra osserverà gli
orari di apertura della Fiera Millenaria

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UN CRONISTA GRAFICO DALLE MOLTE ANIME
Dinamico ed estroso operatore in una Milano che lo ha subito sentito uno dei suoi (da qualche anno vi è una via e una scuola dell’infanzia a lui dedicate), è stato un instancabile suggeritore di idee ovunque ci fosse qualcosa che valesse la pena di provare. Ciò che stupisce è che Villani ha, da sempre, sentito la necessità, tra i tanti impegni, di fermare sulla carta, sui legni, sulle tele, di modeste misure, come pagine di un personalissimo diario, le sensazioni, le impressioni, le annotazioni in libertà di tutta quella multiforme vita che scorreva ai suoi occhi, a partire dai ricordi della sua amata e indimenticabile terra di gioventù, sicuramente una fonte preziosa, saggia e moralmente salda a garanzia di un percorso così rischioso di tentazioni, di artifici e di retorica come poteva essere e spesso purtroppo rimane, la gran cassa della pubblicità, di cui lui è stato certamente un maestro onesto e sincero. Ma leggiamo le sue struggenti note: “Nelle ore libere andavo in giro in bicicletta. Percorrevo le stradicciole di campagna e gli argini del Po fermandomi ad osservare a lungo od a disegnare le fattorie, un gruppo di alberi, qualche contadino intento al lavoro dei campi o del bosco in golena; andavo in giro d’estate quando il verde sommerge tutto il paesaggio e nasconde le case e la vita; durante l’autunno quando si pigia l’uva nelle grandi tinozze e d’inverno quando si «ventolano» i vinaccioli tra le strame che ripara il selciato dal gelo.
Andavo qualche volta al mattino a vedere arare coi bianchi pazienti buoi o a veder falciare l’erba medica, sotto il sole di maggio che s’apriva il varco tra la nuvolaglia grigia che dal Po sale e si ferma a mezz’aria; ad ammirare d’autunno, gli istanti in cui le foglie dorate accendono la campagna; durante l’inverno quando la pianura, i dossi ed i boschi mettono a nudo i loro segreti e gli alberi contorti sembra cerchino di svincolarsi dalla stretta del terreno gelato che brilla al sole. Andavo nelle stalle dove si riuniscono al caldo d’inverno le donne a filare, a rammendare, a fare la calza; i bambini a giuocare, i vecchi a far manici per zappe, vanghe e badili, ed alla sera gli uomini a partite di carte ed a chiacchierare. Andavo d’estate sulle aie dove si trebbia il grano, si sfoglia cantando il granoturco; veder zappare la terra per preparare la semina del granoturco; nei boschi quando le squadre tagliano i pioppi d’argento e si riuniscono a cerchio intorno ad un gran fuoco di sterpi per mangiar una dopo l’altra le fette di polenta che abbrustolivano infilate nelle lunghe «schide» e ridono quando, distratti, le fette si bruciano. […]
Mi sono lasciato prendere dal ricordo e dalla fantasia ed il ritratto è quasi compiuto. Sono decine e decine di rettangoli colorati che forse non dicono molto a chi li osservi, ma li metterò in fila sulla parete e saranno per me come una grande finestra aperta. Da questa finestra vedrò intera una provincia in cui ho vissuto; sentirò l’aria di casa, riandrò come facevo un tempo in bicicletta per le strade di campagna lungo gli argini e per le vie e mi fermerò come allora ammirato davanti a un monumento o preso da un’alba o da un tramonto, dal fascino delle cose semplici e umili.
Voi potete sorridere: ne avreste il diritto, ma forse non la ragione” (D. Villani, Ritorno sul Po, 1963)

LA SUA TERRA, LA SUA GENTE
“Quando mi reco in qualche luogo, ritornando, mi sembra di non esserci stato se non porto con me almeno un disegno di quello che ho visto e mi ha maggiormente interessato”.
Se l’è portata con sé nella grande città, persino dentro al primo grande vociare della pubblicità.
“Brutto termine”, sussurrava Villani: “la pubblicità serve ai buoni prodotti, ma uccide quelli che non lo sono”. Ecco, tra finzione e realtà, tra forma e contenuto, esce da lui l’anima popolare del “persuasore non occulto”. Le occasioni della vita lo hanno trasformato in un grande comunicatore, geniale inventore di eventi di promozione commerciale, una pioggia di iniziative, ma non si è mai allontanato dai luoghi e dagli individui che l’hanno visto crescere, una crescita morale, culturale, sociale. Dietro i concorsi o le vendite stavano la semplicità delle emozioni, la natura, il lavoro, l’arte. Ecco perchè assumono forte pregnanza i disegni degli anni Venti e Trenta che abbiamo voluto presentare nel loro più autentico significato, anteponendoli alla altrettanto consistente produzione di xilografie, pastelli, oli, incisioni. Siamo doverosamenti grati alla signora Rossella Villani per la gentile disponibilità ad accedere e ad utilizzare una parte dell’ingente archivio del nonno. Sono fogli di diversi formati da intendersi come rapide descrizioni della segreta bellezza delle cose e delle persone. Il diario intimo che si fa prontuario di relazioni più sofisticate ma marcatamente improntate a quel genuino “insieme” che era stato e continuava ad essere per lui il microcosmo contadino mantovano.
Fra pubblicità, arte e cultura, scorrono dunque le fluide sequenze dei ricordi. Quasi per tutta la sua lunga e intensa carriera professionale. Abbiamo la conferma dallo stesso Villani nell’abbondante produzione letteraria: “Non sono opere d’arte, ma un atto d’amore verso l’ambiente, verso gli uomini fra i quali ho vissuto bambino e poi ragazzo e poi uomo e che ho abbandonato per farmi inghiottire dalla vita di una grande città dove le stagioni non si sentono e non si vedono, ma si indovinano dai rami di qualche albero intristito” (D. Villani, Ritorno sul Po, 1963).
Un mondo scomparso nei gesti ma non nei contenuti. Qui c’è la saldezza delle radici, la voglia di fare, la religione del lavoro, l’onestà e la sacralità, il valore creativo delle cose, il senso imprenditoriale del Grande Comunicatore. Unanimemente riconosciuti il riserbo, la modestia, la saggezza, la perseveranza, la ricchezza interiore. Ha messo con ciò la sordina al clamore di una fervida e generosa inventiva. Clamoroso! Pur essendo in possesso di una macchina fotografica, ha preferito servirsi della matita, più congeniale a fissare immediatamente quello che stava dietro le apparenze, alla verità dell’occhio: diciamo la fantasia e la poesia. Sono le istantanee dei sentimenti: la scuola, il maestro, il paese, la sagra, le rive del Po, l’osteria, le corti, il treno, le strade e lo stradino, i mulini, le rane, il pane e il vino, l’ortolano, il caseificio e il “tusel”, i tortelli e la polenta…
Tutto il sapore dell’arte dialettale. Azione e poesia in un equilibrato concetto di libertà (se stesso e nel cuore dei problemi che agitavano la società). Con ostinazione. Un galantuomo che, si diceva, non amava le mezze misure. Un paradosso!
Cinema, canzone, turismo, cucina, collezionismo, scuola, critica d’arte, la “Millenaria”…Ha portato in alto in modo originale, singolare (per quei tempi), progetti di notevole impegno umano e civile che hanno dato lustro anche alle città dove si sono realizzati.
Emblematico il titolo di un suo libro con Renato Bonaglia: “Chi non si accontenta gode”. E così è stato. A partire dai disegni!
(Domenico Pirondini)

L’ATTITUDINE ALLO SGUARDO
Non esiste il paesaggio, ma un individuo che guarda un luogo e pensa: ecco il paesaggio della mia infanzia. Esistono luoghi e una persona che li osserva, è l’attitudine a fare la differenza. Da questo sguardo possono nascere immagini cariche di storia e ricche di significato sociale, intimo e spirituale. “…è stata proprio la natura e l’uomo, la tua ispiratrice; – scrive nel 1978 Aligi Sassu all’amico Dino Villani – la natura della tua terra nativa sempre vicina al tuo animo, alla realtà delle cose semplici e vere della vita. La necessità di comunicare di esprimere una realtà vera nell’ambito della nostra storia” (D. Villani, Gente aspetti costumi padani, 1979).
I disegni e l’opera grafica di Dino Villani testimoniano l’attenzione con cui l’autore si fissa su figure, luoghi e cose con inesauribile talento narrativo. Sono immagini che hanno un carattere di resoconto sottile della vita rurale nella zona dell’Oltrepo mantovano, resa in modo molto efficace anche grazie ad una grande capacità di semplificazione e al taglio particolare delle inquadrature.
Nei disegni, realizzati in larga parte tra il secondo e terzo decennio del Novecento, Villani racconta l’ambiente in cui ha vissuto, persone, paesaggi e monumenti che ha amato, con l’abilità di saper rievocare ambienti e situazioni attraverso pochi e rapidi gesti; oltre alla forte affinità con lo stile di Giuseppe Gorni e Antonio Ruggero Giorgi, è possibile affermare che la sua è una visione post-impressionista caratterizzata dal gusto per il plein-air, da una grande acutezza dello sguardo, da una vivacità del racconto che si riallaccia, da un punto di vista formale, ai valori estetici del disegno e della grafica del secondo Ottocento francese.
È naturale per Villani dedicarsi a rappresentare contadini e gente del popolo, in essi vedeva delle indicazioni preziose per fare quello che si “sentiva” e dei temi a lui congeniali. Si è espresso in modo largo e semplice e ha colto, senza esitazioni, l’essenza di ogni argomento. A proposito dei suoi disegni egli afferma che disegnare dal vero ha il valore di appunto visivo indispensabile a conservare la memoria dei luoghi, da preferire alla fotografia: “Potrei riprendere delle fotografie, ma mi pare che esse non riescano a porre in risalto quei caratteri e quei certi particolari che mi hanno fatto più impressione.
Col disegno si può condensare, isolare, frondare, approfondire, lumeggiare ciò che maggiormente interessa far durare nel ricordo” (D. Villani, Gente aspetti costumi padani 2, 1990).
L’esperienza artistica di Villani è rintracciabile all’interno dei suoi numerosi testi dedicati alla sua terra d’origine, al Po, ai personaggi delle campagne, ai paesi e all’ambiente in cui ha vissuto. Essa comincia ad avere una sua collocazione, legandosi a quella parte della sua attività dedicata al folklore, ai mestieri tradizionali e alla memorialistica, corredando prima numerosi articoli, poi un certo numero di libri dedicati alle tradizioni, ai costumi e alla vita di campagna della bassa padana. I disegni eseguiti dal vero, in questi casi, diventano materiale illustrativo e rappresentano un utile riferimento grafico al testo. “Sfogliando le molte cartelle che avevo messe da parte, – ammette Villani – decisi di trovar il modo di utilizzare almeno quella parte che riguardava l’Oltrepo e così si giunse alla pubblicazione di xilografie e disegni per illustrare i racconti in parte apparsi sulla Gazzetta di Mantova e riuniti nei volumi: «Ritorno sul Po» e «All’ombra della Torre» per arrivare poi alle due opere realizzate con Renato Bonaglia, che cercano di ampliare ed approfondire le osservazioni che i disegni avevano fermato ad un certo punto, sul costume ed i caratteri della nostra gente” (D. Villani, Gente aspetti costumi padani, 1979).
I numerosi fogli rappresentano vecchi mestieri, personaggi, esempi di vita, aspetti del paesaggio, vere e proprie ‘impressioni di viaggio’ eseguite con un linguaggio compendiario in cui l’attenzione dell’autore si fissa su figure, luoghi e cose con inesauribile talento narrativo. Anche Villani lavora in strada, “per riprendere – egli confessa – paesaggi, scene e persone (con quei disegni che ho poi tradotto, in parte, in incisioni) per fissare quello che più mi interessava come monumenti, paesaggi di campagna e del Po e personaggi specialmente addetti a lavori diversi e della campagna” (Ibidem). Con poche linee Villani ci racconta il volto più dimesso, quotidiano, degli umili. Ha tracciato i gesti della laboriosa gente padana, le sagome delle donne che compiono azioni quotidiane, il profilo di persone conosciute.
Il segno appare spontaneo, procede in maniera sciolta sul foglio, le forme sono definite a volte con linee delicate altre volte con tracce più energiche, nette e incise. Villani, inoltre, sa sfruttare le impurità e le barbe della puntasecca come effetti espressivi di vellutata morbidezza. Si tratta di una specie di felicissima calligrafia, che giunge al massimo dei suoi esiti proprio nell’attività incisoria che consente guizzi estemporanei, eleganza di tratto, sintesi efficacissime e molto raffinate.
Per quanto concerne poi i ritratti, compresi quelli dei familiari, l’artista pone, nell’indagare un’espressione, la forma di un volto, la stessa acutezza e forza di percezione che gli consente di raccontare l’eccezionalità di “quei tratti e quei movimenti che sono la componente di molti fattori indipendenti dalla volontà. Gli sforzi ed i dolori fisici, specialmente, sono quelli che imprimono i segni più profondi nel volto, ma sono registrati nel viso anche quando, con una certa frequenza, il soggetto assume certi atteggiamenti per accentuare l’attenzione, l’ascolto, l’attesa” (D. Villani, Ritorno sul Po, 1963). Un grado d’intensità elevatissima, proprio perché riassumono, nelle loro fattezze, le sofferenze e il peso di un’intera esistenza.
(Fabio Cavazzoli)

DAL “PASCOLETTO” AL DUOMO
NOTE BIOGRAFICHE DI UNA VITA SPESA BENE
Nasce a Nogara (VR) da madre mantovana e padre modenese il 16 agosto 1898.
I trasferimenti del padre ferroviere lo portano prima a Brescia, poi a Pescina (AQ), infine a Suzzara (MN) nel 1907.
Frequenta le scuole secondarie a Modena dal 1911 al 1915.
Vivace ed entusiasta animatore, si distingue in diverse attività culturali, ricreative collettive durante e dopo la grande guerra. Sono gli anni in cui lavora alla stazione.
Dal 1924 al 1930 l’impiego nella ditta F.lli Bertazzoni che gestiva alberghi, pensioni e cinema tra Suzzara e Riccione lo apre con coraggio e determinazione all’interesse per la comunicazione e le iniziative promozionali nei campi dell’impresa ma anche del tempo libero. Al punto da tentare l’esperienza pubblicitaria a tutto tondo, ancora pionieristica, nella Milano degli anni Trenta.
Chiamato alla redazione de “L’Ufficio Moderno”, scrive e disegna per l’immagine coordinata di aziende come Motta, dove dirige lo sviluppo vendite. Propone il “Premio Notte di Natale” e lancia il panettone come dolce italiano e in seguito la colomba pasquale.
Incombe la tragedia del secondo conflitto e per Villani è un crescendo di “trovate”, di geniali proposte. È l’inizio dei concorsi, dei festivals, degli eventi nazionali. Ricordiamo, tra le innumerevoli manifestazioni, Miss Italia, San Valentino, Festa della mamma, Piatto del Buon Ricordo, Premio Suzzara (momento fondamentale dell’arte del Neorealismo italiano, 1946), che trovano consenso, forza e sostanza nel contesto ottimistico della ricostruzione di un futuro di pace e di benessere.
È direttore Pubblicità e Vendite alla GI.V.EMME dal 1939 al 1956, poi della Carlo Erba. Importanti e creativi i suoi contributi alla grande mostra sul Mantegna a Mantova, nel 1961, e alla conoscenza dell’arte naive a partire dalla Luzzara di Zavattini, nei primi anni Settanta.
Muore a Milano il 13 marzo 1989. (D.P.)