Segni particolari #3

la pianura di
HIKARI MIYATA
(muri feriti, porte chiuse e silenzio)

Mostra a cura di Domenico Pirondini
Ex Convento di S. Maria in Gonzaga
26 marzo — 25 aprile — 2016

HIKARI MIYATA
Nasce nel 1939 a Matsuyama (Ehime), una città dell’isola di Shikoku, nel sud del Giappone.
Alla conclusione del conflitto mondiale, la famiglia perde la casa in un bombardamento.
Il padre, richiamato nella flotta giapponese, non fa più ritorno. La madre, rimasta con cinque figli, si trasferisce nella campagna di Ozu. Dopo il diploma di istruzione secondaria, raggiunge Tokyo per studiare e lavorare. Si laurea in Design all’Università di Chiba e lavora a Tokyo per diversi anni nel campo del design. Nel 1968 arriva la grande occasione di lavorare in Occidente e di vedere un mondo completamente diverso. Nel 1969, dopo un lungo viaggio per l’Europa, decide di lasciare il Giappone e stabilirsi in Italia. Si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e si diploma nel 1975, anno in cui si sposa con Ida Valentina Tampellini. Oltre l’attività artistica, collabora con importanti studi di architettura. Con la nascita di Sara, si trasferisce in provincia di Mantova, conosce la vita di campagna e inizia l’attività espositiva in numerose mostre personali e collettive. Vive tra Goito e San Benedetto Po.

MA LE PIETRE PARLANO
Fine anni Settanta. Negli stessi anni in cui, insieme a Licia Giavazzi e Giancarlo Leoni censivo le case di campagna nel comune di Gonzaga per una non più rinviabile indagine sulla trasformazione delle corti rurali nell’oltrepò mantovano, un raffinato e sensibile artista venuto da lontano osservava, emozionato, quel paesaggio e, dei silenzi sempre più assordanti, nutriva la sua anima.
Dal Giappone alla “bassa” passando per gli studi di Brera a Milano, Hikari Miyata ha saputo dare come nessun’altro tanta semplicità e bellezza a questa terra antichissima dove, come è stato scritto, “tracce della vita, alberi e case, sono poca cosa di fronte al trascorrere del tempo”.
Si cominciava a parlare, allora, di “civiltà contadina”, di una presa di coscienza che qualcosa di irreversibile stava accadendo, che le stalle moderne, i nuovi sistemi di coltivazione, la tecnologia, stavano per cancellare, lenta e triste agonia, contenitori e contenuti. Pietre che poi tanto vecchie non erano, di un’esteticità unica, un’architettura ingiustamente ignorata, degna di ben altra attenzione.
Miyata, con delicato ed elegante linguaggio, reminiscenza delle sue origini, unito ad una colta elaborazione materiale, ci dice che i valori culturali profondi sono patrimonio di tutti.
La scoperta, oggi, di aver avuto in Miyata, un così prezioso alleato, ha incoraggiato la volontà di riprendere il lavoro di quarant’anni fa, per una ridefinizione che appare, da subito, clamorosa.
Il recupero della cultura contadina, sostenuto allora dal Museo Civico Polironiano di San Benedetto Po, Biblioteca e Fiera Millenaria, aveva presentato un processo avanzato di degrado, trascuratezza, dismissioni, rimaneggiamenti “modernisti” di case e cose. Furono schedate 464 corti e scattate 3.000 fotografie. Ora la situazione è drammatica. La precarietà, l’instabilità, le modifiche ulteriori delle strutture produttive globali, terremoto e immigrazione, stanno provocando l’ultima “spallata” fatale. Scriveva Alfredo Calendi nella presentazione della mostra del 1981: “Spesso accade di conoscere il valore delle cose quando queste si perdono o sono irrimediabilmente cambiate. La grande trasformazione avvenuta nelle nostre campagne porta sempre più all’abbandono: da questo però non può derivare che il grande “bene”, anche economico, dell’edilizia rurale, debba essere cancellato, senza almeno un ricordo. Che questa epoca di transizione non abbia ad essere un nuovo Medioevo, ma il tempo della coscienza e del progetto”.
Quale progetto? Possibile riuso, sia pure in modi e forme adeguate al momento, agriturismo, percorsi culturali e tempo libero, gastronomia, terziario? Si vedrà. Meglio l’abbandono che un consumo improprio. I tempi della vanga sono ormai lontani, ma non sempre e non ovunque, si può modernizzare la vita. Non possedendo nessuna sicurezza, solo nel futuro potremo dire se questo è veramente male. No alla nostalgia di un mondo di fatiche e subalternità, sì alla nostalgia per un’intelligenza contadina che non ha mai cessato una sua intrinseca modernità. Provare a superare le contraddizioni che si intrecciano. Ma intanto è urgente documentare, testimoniare. E questo è già un significativo recupero. Il punto di vista fotografico di allora può essere riproposto adesso, con esiti non solo aggiornativi, ma persino artistici. Un punto di vista, appunto. Il mio vecchio sogno di restaurare le quattro tipologie (case ad elementi separati, congiunti con portico allineato o sporgente, loghino) in altrettanti monumenti, quattro “vincoli” individuati da tutelare tra i più rappresentativi tra le solitudini ed il lavoro, tra i verdi, i gialli e le nebbie, resterà tale? Un siffatto museo all’aperto è ancora originale. Alcune delle vecchie fotografie messe a dialogare con la poetica di Miyata con un tocco di colore sul bianco e nero, accendono sommessamente una speranza. Che questa storia finisca almeno impressa nella memoria e contribuisca ad una migliore conoscenza del nostro passato-presente. Auspico che la politica rifletta e che la Fiera Millenaria possa essere la “cassa di risonanza” per una diffusione ad ampio raggio delle iniziative da intraprendere.
Una storia di cui si è appropriato Miyata con i suoi inserimenti onirici e surreali dentro le case abbandonate, il realismo d’immaginazione, il suggerire più che dire, l’equilibrio tra segno, colore e luce.
Talvolta dai muri escono “lombrichi”, intrecci che prolificano ed erodono dal di dentro, forse lo stato embrionale della natura con le sue forme, le interiora, le viscere da cui nasce e si eterna. Par di sentire una musica, un dolce vocalismo di due lingue, la scrittura orientale e l’arte povera italiana, l’astrazione e la figura, il concetto e la sua traduzione. La ricostruzione di un’unità perduta.
In un suo catalogo si legge: “dall’orto, all’aiuola, al fiore, al dettaglio: non riuscirai mai a capire l’universo e farne parte con l’anima se prima non comprendi profondamente come è fatto un petalo di rosa”. Predisponendoci all’invito e all’ascolto delle pietre, che un raggio del Sol Levante ci illumini!
Domenico Pirondini

LA TECNICA DELL’INCISIONE
A differenza della incisione in legno (xilografia), che risparmia il disegno, facendolo risultare in rilievo, quella in metallo scava il segno rendendolo atto a ritenere l’inchiostro, che la carta,  spinta dal torchio, andrà a cercarvi nel fondo. I metalli più usati per la realizzazione delle lastre sono lo zinco, l’acciaio e il rame.
Metodo a incavo diretto: la lastra viene incisa direttamente dallo strumento dell’artista, il bulino, un ago d’acciaio, che consente grande sottigliezza di tratto; l’inchiostro penetra nei solchi e viene tolto dalle superfici non incise; punta secca: la lastra viene incisa con l’ago che crea solchi piuttosto sottili e solleva ai lati delle scorie che, lasciate, trattengono l’inchiostro e creano un effetto sfumato.
Metodo a incavo indiretto: la lastra viene incisa dall’acido, che penetra nei solchi tracciati dall’artista sulla vernice; acquaforte: la superficie metallica viene coperta con una vernice trasparente; su questa si disegna con una punta, scoprendo il metallo; la lastra viene poi immessa in un bagno di acido nitrico che incide il metallo creando solchi di eguale profondità ma leggermente irregolari (morsura); l’acido può anche venire applicato con il pennello;
acquatinta: si vuole ottenere una superficie granulata, che inchiostrata, abbia effetti particolari; per questo si usano vari sistemi tra cui la copertura della lastra con una mano di bitume che fonde quando si scalda la lastra; l’acido del bagno così penetra solo negli interstizi.

SEGNI E SOGNI DELLA PIANURA
Il tema è di grande attualità, proprio perchè molte corti e fienili di quella terra non esistono più, inoltre la suggestione delle atmosfere, la grande padronanza della tecnica e il notevole equilibrio tra segno e colore, rendono ancor più viva una realtà che andiamo rovinosamente perdendo.
Nato e cresciuto nelle lontane isole giapponesi, Hikari Miyata, all’inizio degli anni ‘70 del Novecento, si trasferisce a Milano e poi nel mantovano dove tuttora vive e lavora.
Nonostante avesse fortemente maturato dentro di sé la cultura del suo Paese, è riuscito in breve tempo a farsi coinvolgere dalla natura e dal nostro paesaggio fino a farli diventare la  fonte principale della sua ispirazione.
Gli alberi, i fiori, le case, i fienili abbandonati, gli scuretti cadenti, i vetri infranti e la luna che compare in visioni impossibili, sono diventati in breve tempo gli oggetti della sua espressione artistica. Tutti questi soggetti, fermati nel tempo senza renderli mai banali, li ha trasferiti sulla carta e sulla tela creando innumerevoli suggestioni poetiche che sono diventate ancor più significative dopo  i drammatici eventi sismici del maggio 2012.
Questi luoghi, così minuziosamente descritti con la matita, col bulino ed infine con velature  sovrapposte  di colori, ci riportano senza rigurgiti nostalgici a quel lontano 1976, quando un gruppo di giovani pensava di “fermare” sulla celluloide l’abbandono di quelle case e quegli oggetti che timidamente definivano come “ultimi brandelli di civiltà contadina”.
Hikari Miyata però non si è “fermato” a raccontare come raffinato osservatore le crepe nei muri, i forni per cuocere il pane o i pollai ormai vuoti avvolti in atmosfere di lontani ricordi, la sua dimensione artistica è andata ben oltre verso visioni più fantastiche e surreali.  
Alcune cose restano, ma sono avvolte in atmosfere più astratte e rarefatte e non più legate ad una rappresentazione grafica e reale del paesaggio. La sua ricerca si è proiettata verso l’uso di nuovi materiali e nel creare nuove suggestioni dove la sua spiccata capacità tecnica e scenografica propone una sconfinata tessitura di siepi, di fili, di fiori, di sassi e di catene che s’intrecciano all’infinito.
Niente è lasciato al caso, ma ogni cosa è tenuta insieme da quella abilità tecnica e da quella sensibilità coloristica che lasciano riemergere, anche se in forma contenuta, quel sommerso  culturale che è tipico della cultura artistica del suo lontano Paese.
Giancarlo Pavesi

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