Segni particolari #5

il pittore
GIOVANNI BERNARDELLI
e altre prove d’artista

Ex Convento di S. Maria in Gonzaga

Mostra a cura di Domenico Pirondini

10 dicembre 2016 — 15 gennaio 2017

IL PITTORE

ASSENZE E PRESENZE. “Siamo in tre seduti nello stretto corridoio. Berto e io, su due poltroncine di vimini ai lati del tavolino del telefono, Giovanni sulla centenaria minuta cassapanca, appoggiato al muro.

C’è anche Teodora che va e viene e Giovanni è un raccontatore di favole e i suoi personaggi hanno tutti una storia da raccontare… abbraccerei tutte le donne, i bambini, i vecchi e i giovani che essi rappresentano […] Uscendo dal quadro, essi si prendono sottobraccio e ci accompagnano in luoghi nascosti, quasi invisibili, nelle evanescenti tinte ocra che si perdono nelle nebbie grigie o nel vuoto. Perché con Giovanni sempre si conclude nel vuoto […] So che Giovanni è dell’undici, Berto del quattordici, io del quindici, tre vecchi salici, o pioppotti […] con i piedi per terra e la mente che ancora va. Per i fatti suoi, per sentieri mai da nessuno segnati, liberi. Con Teodora che porta il caffè. Quando è ora”. CARLO TONI, l’amico

IL BOSCO DI GORGO. “L’ingorgo selvoso inaugura il primo mito: è la muraglia di alberi e l’accerchiamento della natura. Otturazione, intoppo, sbarramento, griglia. La luce dell’orizzonte scompare […] chi guarda ne resta imprigionato […]”. FRANCESCO BARTOLI

I GIARUN. “Bisogna aver gli occhi buoni per vedere i sassi”. VITTORIO ERLINDO

LA FIGURA. “[…] uno stupore che non trova risposta […] Dalla radice, dal sasso, ha imparato la pazienza ed anche la meraviglia dell’esistere […] La golena è luogo di miracoli, di fuochi, di muffe, anzi, la golena si fa miracolo. Può diventare un eden, luogo pagano, stanza di nudi, di bagnanti […] È qui che i miti trovano il loro spazio, spesso miti di fatica, di tragedia, di pazienza”. GINO BARATTA

I RIFERIMENTI CULTURALI. “Se talora compaiono delle relazioni con la pittura contemporanea, metti coi lombardi o gli emiliani del Trenta, Rosai o altri, le analogie sono a tal punto mediate da non dovervi insistere eccessivamente. Fanno parte del tempo e sono, a volerli considerare, troppo generali per definire una militanza”. FRANCESCO BARTOLI

“Non ha disdegnato le novità, le avanguardie; ha osservato con quella attenzione che gli è propria l’evolversi dell’arte contemporanea, senza abbracciare nessuna esperienza in modo particolare”. GIANCARLO PAVESI

LA SINTESI DELL’ASTRAZIONE. “La polenta sorge come un pallido sole, la sfoglia occupa tutta l’immagine come una grande luna […] un cielo notturno è tutto segnato da zolle di nuvole per una fantastica aratura […] il paese visto dall’argine è delicatamente unito dai toni grigi e teneri della nebbia che fa della stessa materia le abitazioni, la terra, gli alberi, il cielo. Una poesia di cose e dei loro fantasmi”. ROBERTO TASSI

LE PERSONE CHE INCONTRA. “Il pittore afferra subito il piano concreto delle figure. Lo vive e lo rivive, poiché tra lui e le cose interviene il rimuginio, la distanza del ripensamento, sicchè, prima di affacciarsi sulla pittura, luoghi e persone germogliano nella mente, han bisogno di farsi segno e ricordo. Ed è questo intervallo che li trasforma in sostanza diversa, sottraendoli all’ordine corposo del quotidiano”. FRANCESCO BARTOLI

“[…] niente scorre, cioè scorre via, ma tutto scorre per ritornare, tutto si fa cerchio. Perché l’anello non si spezza. Perciò nell’economia della vita si colloca anche la morte, ma questa non è definitiva, anzi produce, genera altro-altre vite […] il tempo umano è sospeso […] C’è un tempo ritornante, paradossalmente immobile”. GINO BARATTA

AI CONFINI DEL VISIBILE. “C’è dunque una filosofia dietro queste immagini, un pensiero che affonda lontano le sue radici, nella saggezza cioè di un’esperienza che ha imparato a considerare fatale l’intero arco vitale della nostra fortuna terrestre”. MARIO DE MICHELI

LA METAFISICA DEL QUOTIDIANO TRA ATTESA E IMMAGINAZIONE. “Il pittore inizia già a sognare le forme della vita, non interessa descriverle, quanto trasformarle nell’incanto della pittura, su quella superficie dove la materia del colore rende visibile ogni stato d’animo […] da un punto di vista appartato, silente, segreto […] tra stupore e disperazione… Questo modo di sentire le diverse impressioni della natura permette al pittore di superare il dato descrittivo e di spingere l’immagine verso uno stato di contemplazione assoluta […] Il pittore seleziona la realtà ma non dimentica le sue componenti, ama esaltare la presenza del vuoto ma non disdegna di toccare le cose […]”. CLAUDIO CERRITELLI

E ALTRE PROVE D’ARTISTA

(pastelli, grafica, scultura, disegni, incisioni, monotipi, terrecotte, terrecrude, gessi, sassi e altro ancora)

In continuità con le precedenti mostre di segni pARTIcolari, questa dedicata a Bernardelli è pARTIcolarmente speciale. Propone immagini piuttosto inedite, gelosamente custodite, timidamente protette. A distanza di sedici anni dalla morte dell’artista-boscaiolo, la rassegna mette l’accento sulla instancabile, inesauribile vena creativa, poetica e fabbrile che nell’ottantottenne Giovanni non aveva tregua. Una lunga ricerca sulle tecniche, i materiali, le cose, che andava ben oltre il repertorio della sua pur pregnante e profonda pittura. Particolare è il procedere da una sottile traccia di grafite sulla quale si addensa poi il colore e il bisogno di graffiare la materia e asportarla con stracci e carte abrasive e ancora veli di colore, dall’indistinto al visibile, per tornare all’assenza e all’essenza. Quel trattare le superfici evidenziando trame, tessiture, pigmenti… Non scuola, ma intuizioni, è stato detto, e questo mi meraviglia un po’. Che si possa, dal niente, porre problemi di così alto valore formale, estetico, di così forti conseguenze emotive! Innato stato di grazia o frutto sensibile di occasioni esistenziali? L’uno e l’altro? Particolare è che negli spazi “non si distinguono le cose dallo sfondo, i corpi dalla terra”, in quella sottile linea di conflitto interiore tra figura e astrazione, pieno e vuoto, particolare e universale. Particolare, se non atipico, per un tipico pittore mantovano, riconosciuto unanimemente l’appassionato cantore della sua terra, del suo Po, della sua golena, il procedere con una certa improvvisazione, l’ispirazione che si gonfia un momento dopo l’altro, la scoperta continua, senza mettere conto di un preciso arrivo… Imponderabili, infatti, sono i monotipi, gli oggetti trovati e poi ritrovati nella memoria, gli “informali” pastelli. Una casualità controllatissima, soppesata. Un paradosso tra i tanti, più o meno evidenti, della sua arte. Prendete “La sfoglia”, del 1976. Astratto e concreto. Pura geometria “bruciata” dalla fragrante consistenza della pasta. Senza regole date a priori, l’accidentale rientra nell’ordine. Penso ai classici e al più vicino Cézanne. E come leggere “L’apocalisse”, del 1982? Attoniti di fronte all’impeto della natura che tutto travolge e infittisce il mistero di una sorte che chiama l’uomo e l’artista di fiume alla partecipazione del dramma. Ha avuto cura della sua gente e delle sue forme. DOMENICO PIRONDINI.

L’ARGINE, IL BOSCO, IL PO.

L’argine, il bosco, il Po; questo il paesaggio nel quale sono cresciuto, fin da bambino. Fuori tanta solitudine e dentro tanta inconsapevole tristezza. La mia bicicletta e i pensieri, più grandi della mia età.
Un paese come tanti, che mi ha regalato indifferenza e poi malevola e indesiderata attenzione per la tempesta familiare in cui vivevo.
Ora capisco quanto sia stato facile per tanti non rivolgermi la parola, ma parlare di me.
So per certo però che quando Giovanni ha voluto incontrarmi, ho incontrato con lui la comprensione: riconosceva il dolore dei bambini, che non sparisce mai.
Giovanni viveva tra l’argine, il bosco e il Po e aveva occhi che vedono quello che gli altri non vedono e aveva il cuore buono di chi non soccombe al dolore. Infatti con lui ho capito che la sofferenza apre due strade: l’astio o la condivisione.
Ho sempre avuto l’impressione che più volte mi abbia visto bambino passare sull’argine in bicicletta per andare a vedere l’acqua del Po, che pensavo potesse portare lontano le mie ansie.
Capii con Giovanni che la sofferenza e la solitudine fanno apprezzare le piccole cose, i dettagli. Esse acuiscono i nostri sensi e trasformano le apparenze, anzi le tolgono.
Un tema caro alle nostre conversazioni era la morte dei nostri cari e la memoria che tiene in vita i fragili legami con il passato.
Non era un uomo loquace, ma le sue parole avevano il fascino di svelare i segreti profondi della vita e dell’arte.
Schivo, appartato, ma attento a donare i suoi pensieri, che ora mi sembrano così vivi.
Nel tempo non ho mai rimpianto i nostri incontri, ma ho capito il regalo e il privilegio che ho avuto.
L’arte per lui non era esibizione, ma conoscenza: mi diceva di apprezzare il silenzio, il valore dell’attesa, il senso della meraviglia. Le sue mani conoscevano le leggerezze dei colori e la forza dei graffi per togliere il superfluo.
Togliere il superfluo; è possibile se riconosciamo l’essenziale.
A Giovanni devo anche la forza di sapere che in noi sta il segreto di trovare l’arte che nutre.
Ti abbraccio, Giovanni, come sempre, sulla soglia di casa.
Franco (Negri)

GIOVANNI  BERNARDELLI

(24 GIUGNO 1911 – 5 FEBBRAIO 2000)

Nasce nel 1911 a San Benedetto Po, dove giovanissimo frequenta la locale scuola per decoratori. I primi contatti con la pittura avvengono vicino ad artisti come Lorenzetti, Costa, Bodini. Nel 1936 espone per la prima volta due paesaggi a San Benedetto Po. L’anno seguente partecipa alla Mostra degli Artisti Mantovani con tre sculture e tre olii, dipinti con colori che egli stesso prepara. Dal 1936 al 1947 partecipa ad alcune rassegne nazionali, fra cui il Premio Verona (1942) e la Mostra d’Arte Sacra all’Angelicum di Milano (1944). Pur continuando la sua attività artistica, Bernardelli espone di nuovo solo alla fine degli anni ’60 a Mantova, Bardolino, Milano, Bologna, Cremona, Taranto. Nel 1974 e 1976 è presente nuovamente a Mantova, e alla Maison de la Culture di Nevers (Francia). Accolte da favorevoli consensi sono le antologiche a lui dedicate dalla Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Suzzara e dal Museo Civico Polironiano di San Benedetto Po (1983) e, ancora, dalla Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Ferrara (1984). Nel 1985 inizia una nuova fase pittorica “I ritratti della memoria” proposti dalla Galleria Pananti di Firenze (1986) e dal Centro di Cultura Einaudi di Mantova (1987). Nel 1989 è invitato dal Centro Culturale Italiano di Zagabria, dall’Ambasciata d’Italia a Belgrado, e a Rovigno. Il ciclo dedicato alle “Figure di torba” si conclude a Mantova, al Centro di Cultura Einaudi (1990). Nel 1994 è in mostra alla galleria Ciovasso di Milano, e nel 1995 partecipa alla rassegna “Il Po del ‘900” al Castello Estense della Mesola. Dal 12 giugno all’11 luglio del 1999, voluta dagli Assessorati alla Cultura del Comune di Mantova, della Provincia di Mantova e del Comune di San Benedetto Po, gli viene dedicata una importante Mostra Antologica, allestita presso l’Appartamento di Isabella D’Este del Palazzo Ducale di Mantova e nel Chiostro dei Secolari a San Benedetto Po. Nel mese di ottobre dello stesso anno, in occasione della terza edizione del “Premio Andrea Barbato”, promosso dal Comune di Mantova, una sua scultura viene consegnata al Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Nel febbraio 2001 vengono esposte sue opere inedite, fra cui i dipinti degli ultimi mesi di lavoro, ai Tinelli di Palazzo Te (Mantova). Negli anni successivi vengono realizzate importanti mostre al Centro di Cultura Einaudi, Mantova (2001) allo Spazioarte Pisanello di Verona (2003) a Cà Cornera, Rovigo (2004) e alla Galleria del Carbone di Ferrara (2008). Nel 2011 sono state allestite due retrospettive a Stellata di Bondeno (Ferrara), presso la Casa di Virginio Ariosto, e a San Benedetto Po negli spazi del Museo Civico Polironiano. Alcuni suoi dipinti sono stati esposti in rassegne collettive quali Arte a Mantova 1900-1950 e 1950-1999 (Mantova, 1999 e 2000) e Il Po in controluce al Museo dei Grandi Fiumi (Rovigo, 2011). Attualmente fanno parte della collezione del Museo Civico Polironiano di San Benedetto Po quattro dipinti donati dall’artista, e la scultura in terra cruda che ritrae il pittore Antonio Ruggero Giorgi, donata dalla figlia nel 2011, in occasione del centenario della nascita.

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