segni/particolari #2

Il contadino inverno nella memoria di

5 dicembre 2015 – 6 gennaio 2016
ex convento di s. Maria in Gonzaga
Mostra a cura di Domenico Pirondini

FA VEDERE GRANDI LE PICCOLE COSE

La vecchia corte Crocette adesso non c’è più se non un pilastro e un abbeveratoio “sistemati” come un nuovo ingresso amabilmente kitsch. Tutto intorno capannoni moderni, strutture e tecnologia adeguati ai tempi. La nuova casa di Ancellotti, gli agi non ostentati ma presenti, ci rimandano alla consolidata convinzione che il paesaggio è cambiato in peggio così come la vita dei contadini è cambiata in meglio. Giusto così. Ma non è cambiato il “pittore contadino”. Nella prima presentazione pubblica, 25 anni fa, Mario Cadalora scriveva in catalogo: “Tranquillo, modesto, silenzioso, non dà spettacolo di sé. Disponibile e quasi sorpreso che ci si occupi di lui. Negli occhi, nella voce, il ricordo dei tempi duri nei quali si lavorava più per gli altri che per se stessi”. E’ ancora così! Mi ospita, naturalmente, in cucina e io attacco: “Allora, Cesare, quei pittori della fiera…”

“Sì, sì, ma io fin da piccolo mi sentivo dentro una voglia di provare. Quando si faceva io bucato, andavo a prendermi dei pezzi di carbone nella furnasela e poi mi nascondevo nei rustici. Mio padre mi cercava: “Cesarino, Cesarino, in duel”. “Al sarò in da qual cantun a far di scaraboç”, rispondevano altri che sapevano. Contro i vecchi muri disegnava quello che la corte passava. Immagini che meditava mentre già lavorava e guardava attento. Gli anni trascorrono, è adulto, usa gli acquerelli e certi strumenti “rubati” ai fratelli più giovani che studiano alle medie. Si sforza di imparare, di migliorare consultando l’arte colta, accompagnato da persone che se ne intendono a mostre determinanti per la sua formazione. Segantini su tutti, e poi Fattori con le macchie, le ombre, le luci e gli impressionisti. Non parliamo poi di Raffaello e del Rinascimento. “Lì c’è tutto da capire”, precisa Cesare. Ecco la sua scuola, che ancora oggi frequenta con diligenza, intelligenza, saggezza. Un autodidatta tipico che sente il richiamo inconsapevole, come scrive un suo critico, io mi permetto di dire consapevole a certa pittura del passato con i suoi immutabili punti fermi, utili a trovare dignità estetica e concretezza formale all’azione, alla “presa diretta” della realtà, sostenuta dalla memoria. Non bara. “Non copio i modelli, le figure le ho tutte qui, nella testa”. Un po’ si accalora. Scorre in tal modo il suo linguaggio, facile, fatto di cadenze dialettali e fremiti di poesia, persino trasfigurazioni, ma niente di sognante o di surreale, è il REALISMO MAGICO di un mondo che si sta trasformando in mito. Magico per la solida e sapiente struttura compositiva, per l’accorto uso del colore, ma soprattutto per “l’attrazione profonda ed inalterata per la sua terra, presentata senza retorica, attingendo invece da esperienze individuali e collettive, le quali ci immergono in un mondo pieno di autenticità poetica, fatta di cose semplici, ripescate da una memoria che talvolta commuove. Senza misticismo, drammi, crudezze, ma con serenità, tranquillità, calma e distensione anche nei momenti di maggior tensione” (Franco Pone).

Si è parlato tanto della sua presunta naivitè. Non è infantile, non è ingenuo, non è spontaneo, non c’è candore, non c’è favola, ma pacato realismo dai toni ora lirici, ora meditati. “Una verità a portata di mano. Qui legge e rilegge il senso della vita nel suo moto casuale ed eterno allo stesso tempo. La sua pittura aiuta ad intendere la natura, gli uomini e le cose” (G. M. Erbesato). “Candido ma avveduto, dotato di una sana capacità di giudizio” (F. Pone). Dunque non è un naif, non lo è mai stato. Sciogliamo il dubbio, se possibile. Quel senso di “non finito”, così antico e così moderno, delle sue opere, quel continuo aggiungere o togliere, o ritoccare, ne è la definitiva riprova. Un pentimento, un risentimento? “No”, ribatte, “tutto ha preso a girare così, mucche, carri, pennelli, la vocazione…, normale”. Passato e futuro sono legati a questo continuo presente che fluisce placido e bucolico. Lo svolgimento quasi religioso della vita che si perpetua nonostante tutto. Un’esigenza profonda dello spirito continua, con i suoi colori, a parlare al cuore degli uomini con la tenera dolcezza della terra padana, con la sicurezza dei suo cicli stagionali. Sono i paesaggi autunnali e invernali a proporsi in mostra. Sono più rari, nella sua vastissima produzione, suggestivi e di grande efficacia emotiva, per il sentimento di un tempo speciale, della festa, del riposo, dell’intimità che essi ispirano. La stalla, la neve, la polenta, il gelo e la brina, il fieno: sembra che tutto parta da qui, da questo esprimersi essenziale e paradigmatico di un universo a noi più vicino. Gli chiedo a quale quadro è più affezionato. Alza gli occhi, lo cerca, non lo trova, un po’ confuso. Allora lo scelgo io, certo di fargli piacere. Sfoglio le pagine di Cadalora : “Il grande fossato che gira attorno ai campi è gelato ed una frotta di ragazzi si diverte con il meno costoso dei giochi invernali di quei tempi: scivolare e pattinare con scarponi e zoccoli di legno sul ghiaccio. Richiama la grande pittura fiamminga e nordica”. “A serum propria acsè”dice. Più sotto: “non c’è malinconia, ma la bellezza del ricordo”. Non si può che condividere. A proposito di Cadalora, un ringraziamento postumo per essere stato il primo estimatore dell’arte di Cesare Ancellotti a “tirarla fuori” dalla vecchia e cara corte Crocette. (Domenico Pirondini)

CESARE ANCELLOTTI

E’ nato a Gonzaga nel 1930. A 85 anni, ovviamente, non sottrae più alcune ore al lavoro agricolo per dipingere. E’ il tempo pieno di una passione esercitata tra stalla e campi e maturata infine nel ricordo, nella sensibilità nostalgica verso una terra che ha subito molte trasformazioni, ma che in lui rimane sempre la stessa, ad insegnarci ancora una storia importante (delle cose, delle persone, della vita, dei valori di una civiltà che è stata quella della corte Crocette).

Tutto cominciò in fiera, osservando gli estemporanei sui prati della “millenaria” negli anni cinquanta. Da allora, il desiderio insopprimibile di amare la campagna, gli alberi, gli animali non solo con la fatica della necessità materiale, ma anche con l’innata sensibilità della pittura. Che, evidentemente, è bastata a supplire la scuola, giorno dopo giorno, in virtù di un serio e ragionato autoapprendimento.

Dopo l’esposizione pubblica nella mostra collettiva “Tredici pittori gonzagheschi” nel maggio del 1990 all’ex convento di s. Maria a Gonzaga, la sua prima personale nell’agosto del 1991 al centro comunale polivalente di Serramazzoni (Modena) e la replica nell’aprile dell’anno seguente ancora a Gonzaga, è poi alla Galleria 2E di Suzzara. Ora, la quinta mostra, questa volta tematica, sempre nell’ex convento.

sorprende che la quotidianità dei suoi soggetti e la solenne semplicità delle sue composizioni, lascino, di tanto in tanto SEGNI poetici

TESTIMONIANZE

Durante la prima mostra personale a Serramazoni, nel 1991, sui fogli che invitavano ad esprimere commenti ed opinioni, è rimasto un insolito scritto di tale Zanerini, pare barbiere e forse artista dilettante, che colpisce per la sincera adesione alla vena narrativa di Ancellotti. E’ parso utile proporlo nella quasi intera estensione. Una voce quasi anonima, si direbbe del popolo.

“…Tanta freschezza, tanta luminosità, tanto sorriso e felicità di vita spira dai suoi quadri, che ci stupisce piuttosto che essi siano dipinti e non finestre aperte sui paesaggi, da cui si rivelano con letizia se pur non senza un po’ di nostalgia, la visione e il ricordo. …Si sente che qualcosa di essenziale ha aggiunto il pittore al vero, per quanto bello, alla natura, per quanto meravigliosa. Ed è l’ottimismo con cui egli guarda a questa cosa eternamente giovane che è la vita e la sua stessa gioia di vivere, di vedere il mondo esclusivamente sotto la specie del colore. Basterebbe guardare i suoi dipinti che nessun apparecchio fotografico saprà mai riprodurre, con 80 cm di tela dipinti con infinito amore e squisitezza che completano una sinfonia dorata piena di vastità malinconica appunto come certe giornate di tardo autunno nella nostra pianura padana. Si indovina la campagna perdentesi all’infinito, la struttura rigida delle piante, i gesti degli uomini, alcuni per pigrizia rinunciano al lavoro e smarriscono la loro materialità e quella stessa apparente indecisione del segno, concorrono a dare la sensazione pittorica e spirituale che ha emozionato Ancellotti.

…La vita dei campi è resa con un senso di verità… senza colpi d’aquila, ma con piacevole sincerità, obbedendo interamente alla natura che non pretende mai di comandare, la sua sola condizione è di esserle umilmente fedele”. Ad Ancellotti.

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