Segniparticolari #6

IDA VALENTINA
TAMPELLINI
Il dialogo intimo con la natura

Ex Convento di S. Maria in Gonzaga

Mostra a cura di
Domenico Pirondini
Fabio Cavazzoli

15 aprile — 14 maggio 2017

visitabile nei giorni
di sabato e domenica, lunedì 17 aprile,
dalle 15.00 alle 18.00,
e nei giorni di apertura della biblioteca

IL DIVENIRE PERENNE DEL TUTTO

Negli anni in cui credere al futuro diventava sempre più esistenziale, anche gli artisti visivi elaboravano un lungo disorientamento. Dagli Stati Uniti all’Europa si sviluppò la ribellione alla forma, fosse questa realista o astrattista. La scuola, l’apprendimento, l’insegnamento, sono stati invece decisivi per la Tampellini: l’Informale non come crisi dell’arte, non come incomunicabilità, disordine, disagio, ma ancora fiducia in un progresso, un nuovo rapporto con i materiali, con il gesto creativo, con il pubblico a cui è rivolto, con risultati tutt’altro che drammatici. Anzi.
Superare, sì, la tradizione, ma dopo lunga preparazione e riflessione che la portasse a costruire, con coraggio, sia pure in modo assolutamente individuale, un dialogo, un filo narrativo.  La presenza di una struttura, per quanto talora appena intuibile (ma cosciente) fa sì che l’etichetta di informale può sembrare impropria. Sono poi le suggestioni biologico-naturalistiche, le aggregazioni e stratificazioni di materia colorata, le trascrizioni astratte del dato sensoriale, il senso organicistico di un mondo in continua trasformazione, che restituiscono al segno raffinato e alla materia forte e fragile al contempo (il gesto è delicatissimo), il loro valore primario.
“Si è spogliata degli stili e delle convenzioni – è stato scritto di lei – ed è libera di raccontare la sua natura. Protagonista è il colore che, in quanto materia, diviene il soggetto stesso del quadro informale- astratto”. Una meditazione sulla materia, dunque, in quei “paesaggi” senza figure.
Ritagliare, piegare, incollare le carte trasparenti, le mille sovrapposizioni filamentose, è come incamminarsi in percorsi senza punti d’arrivo, mappe misteriose ed evocative di spazi conosciuti dove la favola vince la tragedia e svela il più delle volte la bellezza primitiva, l’amore, la felicità. L’assedio della natura, l’affacciarsi di cose, il caos e l’ordine, il vicino e il lontano, l’erba alta, paludi e acque stagnanti, il muro screpolato, la pioggia, cortecce e sassi, rovi, terra, radici, ferri arrugginiti che trasudano acqua scura che scivola e colora, legni dalle vene aperte, sospesi in precario equilibrio e malta e calce e sabbia a farsi impasto di polvere da tenere fermo il vento… e silenzi, sguardi, riflessi, tracce, lampi, fuoco, cenere, gocce, passi, voci, illusioni, attese, odori, ansie e voci, ritorni a terra, sospiri e respiri, e ancora voci, scoperte, ombre e luci, caldo e freddo, graffi, tagli, sentieri che si intrecciano e si separano, partenze e arrivi, squarci improvvisi e voci… Colori che invecchiano colori che il sole, la muffa, li fanno così, e sotto i colori le pietre, colori che si mischiano al fuoco, alla terra, all’acqua, alla pazienza.
La critica più attenta ha colto ben presto i passaggi più significativi della lunga e appassionata militanza artistica della Tampellini. Ha scritto di una materia plasmabile e tuttavia già provvista di un suo piano. “Nascita, magma, libera ma vigile espansione verso l’imprevedibile, verso una conoscenza del sè, una rinascita…; Certe impefezioni così interessanti, così personali…; Materializzazione della memoria…; Qualità tattile e discorsiva, proponendosi come un frammento di vita, come una piccola storia insensata, ma fantasiosa e bella…; Esplorazione dell’io interiore, nuovi orizzonti, nuove realtà incontaminate del sentire…; Spazio interiore che protegge dagli affanni…; Introspezione come pratica quotidiana dell’esistenza…; Ai confini del paesaggio”.
Più che uno stato d’animo, si direbbe. La stessa critica non ha potuto non sottolineare l’aspetto tecnico virtuosistico del fare di Ida. Tra astrazione e rarefazione degli elementi compositivi, sul limitare, appunto,  dal figurativo all’astratto, ne escono esiti inaspettati: si è parlato di lentezza del procedere in risposta alla velocità del vivere attuale, di dimensione del ricordo, di equilibrio tonale, di fascino degli accostamenti, di neosimbolismo e concettualità che fatalmente portano a risultati anche decorativi. Una metamorfosi senza soluzione di continuità, porte spalancate, finestre aperte su alberi, argini, ponti, fossi, reti, orti zappati, verdure tremolanti, filari di gelsi, solchi, rifugi, fango, fuliggine, cieli lacerati e persino nidi abbandonati, ali svolazzanti e panni distesi e un po’ di foschia… Tra le pieghe delle carte, un “consumarsi adagio di elementi per tornare ad essere terra”. Un ritorno alle origini. Nel silenzio, ascoltiamo le voci.
(Domenico Pirondini)

“L’ADEGUATEZZA DELL’ESPRESSIONE”

Affascinata da semplici e dirette esperienze visive, Ida Tampellini crea opere di natura astratta, che rivelano sia una narrazione interiore della sua mente, sia un riflesso del mondo che la circonda.
Nella veste di artista coinvolta in un impegno non mimetico, Ida dà per scontato che la pittura sia una risorsa rinnovabile all’infinito, nonché un articolato strumento sensuale del pensiero; o anche una modalità di indagine percettiva in cui si mescolano la sensazione, l’emozione, la memoria e l’intuizione. Cosicché le sue opere si rivelano, di volta in volta, formate tanto dalla sua mente quanto da qualsiasi realtà esistente attorno a lei.
I lavori su carta sono perlopiù astrazioni, sovente con legami al mondo fisico. Oppure si rivelano il frutto di osservazioni relative al paesaggio, alle impressioni della natura come metafora, protesa a comunicare un processo di pittura dove l’espressione umana si intreccia con il mondo fisico. In tal modo le produzioni di Ida si rivelano uniche e vivaci, allorché i suoi occhi toccano una terminazione nervosa, che espone pensieri e sentimenti più intimi. A sua volta la pittura è vissuta da Ida alla stregua di un atto di fede, piuttosto che di una presa di posizione, trattandosi non di idee circa la cosa, bensì della cosa in sé.
Inizialmente le opere della Tampellini si presentano con elementi di realismo; successivamente, invece, il suo interesse per l’esplorazione pittorica della superficie cartacea, l’ha portata a sviluppare uno stile astratto dove la bellezza non sarebbe altro che “l’adeguatezza dell’espressione” nelle relazioni tra i colori, la delicatezza della carta, le trasparenze, i segni e le forme.
Nel suo studio Ida è circondata da carte diverse, così come da immagini, disegni e scarti trovati. In effetti, le superfici dei papier collé, la loro solidità e profondità, i bordi e i dettagli, svolgono un ruolo importante nello sviluppo delle opere. A Ida piace lavorare su carta non solo perché si tratta di un materiale economico e facilmente accessibile, bensì perché tale supporto offre uno spazio mentale più libero, nel senso di rendere rapidamente praticabile il passaggio attraverso una serie di idee in evoluzione.
Una cospicua parte delle opere prodotte sono dedicate alla ricerca e riorganizzazione di molteplici insiemi, a loro volta ottenuti costruendo e segnando più strati. Altre produzioni sono il risultato, ad esempio, di interventi sui resti di pitture precedenti; oppure il frutto del riutilizzo di materiali o dell’affinamento di frammenti d’immagini. Spesso le opere diventano qualcosa di non previsto, come una sorta di endpoint in cui converge un percorso lineare di azioni. Non mancano, inoltre, azioni a raffica, quasi frenetiche dopo lunghi periodi di immobilità.
Tampellini agisce spontaneamente e senza alcuna limitazione sforzandosi di trovare il giusto equilibrio tra il tempo di lavoro e quello della meditazione. Le sue opere sono una esplorazione di astrazione intuitiva e il suo occhio dirige e dipinge in modo che colore, forma e linea emergano e si fondano, per ricongiungersi in composizioni, dove il linguaggio pittorico è tanto visivo quanto tattile.
Il risultato assomiglia a una gamma di genealogie – dipinti collegati tra loro da almeno un elemento di un dipinto precedente, simile a evoluzione tramite ricombinazione genetica – o stratificazione geologica. Questo processo costituisce un equilibrio dinamico in cui il caso e l’artificio sono uguali giocatori, che mantengono il lavoro dell’artista vivo e dinamico. La sua essenza è il rinnovo tramite il riciclo di energia e di identità da un contesto ad un altro, e il lavoro veicola un senso di materia viva, organica e in continuo movimento.
(Fabio Cavazzoli)

CENNI BIOGRAFICI

Ida Valentina Tampellini nasce a Portiolo, frazione di San Benedetto Po (Mantova), il 13 Aprile 1950. Nel 1968 consegue il diploma all’Istituto d’Arte di Mantova e l’anno successivo si trasferisce a Milano per completare gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera. Nel 1973 si diploma in Decorazione pittorica con il prof. Luca Crippa. Durante il periodo scolastico Ida esprime subito il suo talento partecipando con profitto a concorsi, mostre personali e collettive. Nel contempo si iscrive al corso di Pittura, sempre a Brera, per rafforzare e consolidare la propria preparazione artistica. All’Accademia incontra Hikari Miyata; tra i due nasce una spontanea collaborazione, che sfocerà in un amore indissolubilmente rafforzato dalla reciproca capacità creativa.
Ida e Hikari si sposano nel 1975 e l’anno successivo nasce Sara. Nel frattempo Ida inizia l’attività di docente di disegno alla Società Umanitaria di Milano, un centro stimolante animato da validi docenti e diretto da Albe Steiner. Dopo essersi trasferita nel 1980 a Goito, prosegue il lavoro d’insegnante di Discipline Pittoriche, prima all’Istituto d’Arte di Mantova e poi all’Istituto d’Arte di Guidizzolo.
Determinanti all’evoluzione del linguaggio artistico-culturale della Tampellini sono i due viaggi-soggiorno in Giappone effettuati nel 1979 e nel 1985. Ciò concorre a testimoniare quanto sia importante considerare, nel lavoro di Ida, gli scambi con altre culture e, particolarmente, quelli con il marito. La sua attività è, infatti, spesso condivisa con il partner con cui discute progetti, rinnova e inventa linguaggi, confronta la visione del mondo e dell’arte.
Tra le mostre più recenti si ricordano: quella del 2001, dal titolo “Ai confini del Paesaggio”, allestita a Goito nel Vecchio Mulino, a cura di Carlo Micheli e quella del 2007, “Famiglie d’Artisti. Hikari Miyata, Ida Valentina Tampellini” al Palazzo della Ragione di Mantova, curata sempre da Carlo Micheli, con testi critici di Paola Artoni e Paolo Bertelli.

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